Via
ecumenica
e spiritualità di comunione
Nel 40° anniversario della
promulgazione del decreto conciliare “Unitatis Redintegratio”, il Pontificio
Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha organizzato una
conferenza su retrospettive, situazione attuale e prospettive future del
documento. Vi hanno partecipato rappresentanti delle Conferenze episcopali di
tutto il mondo, delegati fraterni delle varie Chiese e Comunità ecclesiali, e
ospiti. Il 13 novembre 2004, a conclusione della conferenza, il Papa ha
pronunziato, durante la celebrazione dei Vespri nella basilica vaticana,
un’importante omelia che riportiamo qui quasi integralmente. I titoli sono
nostri.
L’ecumenismo è compito di tutti
L’attuazione di questo Decreto conciliare, voluto dal mio predecessore, il beato Papa Giovanni XXIII, e promulgato da Papa Paolo VI, è stata, sin dall’inizio, una delle priorità pastorali del mio pontificato (Ut unum sint, n. 99). Poiché l’unità ecumenica non è un attributo secondario della comunità dei discepoli (cf ibid., n. 9), e l’attività ecumenica non è soltanto una qualche appendice, che si aggiunge all’attività tradizionale della Chiesa (cf ibid., n. 20), ma si fonda sul disegno salvifico di Dio di radunare tutti nell’unità (cf ibid., n. 5), essa corrisponde alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, che ha voluto una sola Chiesa e ha pregato il Padre, alla vigilia della sua morte, affinché tutti siano una sola cosa (cf Gv 17, 21).
Ricercare l’unità è fondamentalmente aderire alla preghiera di Gesù. Il Concilio Vaticano II, che ha fatto suo questo desiderio di nostro Signore, non ha creato una novità. Guidato ed illuminato dallo Spirito di Dio, esso ha posto in rinnovata luce il senso vero e profondo dell’unità e della cattolicità della Chiesa. La via ecumenica è la via della Chiesa (cf ibid., n. 7), la quale non è una realtà ripiegata su se stessa, bensì permanentemente aperta alla dinamica missionaria ed ecumenica (cf ibid., n. 5).
L’impegno per il ristabilimento della piena e visibile comunione tra tutti i battezzati non si applica soltanto ad alcuni esperti d’ecumenismo; esso riguarda ogni cristiano, di ogni diocesi e parrocchia, di ogni comunità nella Chiesa. Tutti sono chiamati ad assumere questo impegno e nessuno può sottrarsi dal fare sua la preghiera di Gesù, affinché tutti siano una sola cosa. Tutti sono chiamati a pregare e ad operare per l’unità dei discepoli di Cristo.
Risponde ai bisogni dell’umanità
Questa via ecumenica è quanto mai necessaria oggi, di fronte ad un mondo che cresce verso la sua unificazione, e la Chiesa deve raccogliere nuove sfide per la sua missione evangelizzatrice. Il Concilio ha costatato che la divisione fra i cristiani «è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo» (UR 1). L’attività ecumenica e l’attività missionaria sono dunque collegate e sono le due vie lungo le quali la Chiesa adempie la sua missione nel mondo ed esprime concretamente la sua cattolicità. Nella nostra epoca assistiamo alla crescita di un erroneo umanesimo senza Dio e constatiamo con profondo dolore i conflitti che insanguinano il mondo. In questa situazione la Chiesa è a maggior ragione chiamata ad essere segno e strumento dell’unità e della riconciliazione con Dio e fra gli uomini (cf LG 1).
Il Decreto sull’Ecumenismo è stato uno dei modi concreti con cui la Chiesa ha risposto a questa situazione, ponendosi in ascolto dello Spirito del Signore, che insegna a leggere attentamente i segni dei tempi (cf Ut unum sint, n, 3). La nostra epoca avverte una profonda nostalgia per la pace. La Chiesa, segno credibile e strumento della pace di Cristo, non può non essere impegnata a superare le divisioni dei cristiani e diventare così sempre più testimone della pace che Cristo offre al mondo. (...)
Ci ha fatti riscoprire fratelli
I molti incontri ecumenici a tutti i livelli della vita ecclesiale, i dialoghi teologici e la riscoperta dei comuni testimoni della fede, hanno confermato, approfondito e arricchito la comunione con gli altri cristiani, comunione già in qualche misura esistente sebbene non ancora in modo pieno. Non consideriamo più gli altri cristiani come lontani o stranieri, ma vediamo in essi dei fratelli e delle sorelle. «La fraternità universale dei cristiani è diventata una ferma convinzione ecumenica… I cristiani si sono convertiti ad una carità fraterna che abbraccia tutti i discepoli di Cristo» (Ut unum sint, n. 42). (...)
Tuttavia non abbiamo ancora raggiunto il traguardo del nostro cammino ecumenico: la comunione piena e visibile nella stessa fede, negli stessi sacramenti e nello stesso ministero apostolico. Grazie a Dio, non poche differenze ed incomprensioni sono state superate, ma molte pietre d’inciampo sono ancora disseminate lungo il cammino. A volte permangono non soltanto malintesi e pregiudizi, ma anche deplorevoli pigrizie e ristrettezze di cuore (cf Nmi 48), e soprattutto differenze in materia di fede, che si concentrano in massima parte attorno al tema della Chiesa, della sua natura, dei suoi ministeri. Purtroppo siamo posti di fronte anche a problemi nuovi, specialmente in campo etico, dove affiorano ulteriori divisioni, che impediscono la testimonianza comune.
Continuare il cammino ecumenico con fiducia
So bene che è causa di molte sofferenze e delusioni il fatto che tutte queste ragioni ci vietano (...) di partecipare sin da ora al Sacramento dell’unità, condividendo il Pane eucaristico e bevendo al comune Calice della mensa del Signore.
Tutto ciò non deve indurre alla rassegnazione, anzi, al contrario, deve essere di incoraggiamento a continuare e a perseverare nella preghiera e nell’impegno per l’unità. Anche se probabilmente la via da percorrere è ancora lunga e faticosa, essa sarà comunque piena di gioia e di speranza. Ogni giorno, infatti, scopriamo e sperimentiamo l’azione e l’impulso dello Spirito di Dio, che, con gioia, constatiamo all’opera anche nelle Chiese e Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica. Riconosciamo «le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo, talora sino all’effusione del sangue» (UR 4). Piuttosto che lamentarci di ciò che non è ancora possibile, dobbiamo essere grati e rallegrarci di ciò che già esiste ed è possibile. Fare sin da ora ciò che è possibile ci fa crescere nell’unità e ci dà entusiasmo per superare le difficoltà. Un cristiano non può mai rinunciare alla speranza, perdere il coraggio e l’entusiasmo. L’unità dell’unica Chiesa, che già esiste nella Chiesa cattolica senza possibilità di essere perduta, ci garantisce che un giorno anche l’unità di tutti i cristiani diventerà realtà (cf ibid., n. 4).
Vivendo la spiritualità di comunione
Come immaginare il futuro ecumenico? Dobbiamo innanzitutto rafforzare i fondamenti dell’attività ecumenica, cioè la fede comune in tutto ciò che è espresso nella professione battesimale, nel Credo apostolico e nel Credo Niceno-Costantinopolitano. Tale fondamento dottrinale esprime la fede professata dalla Chiesa fin dal tempo degli Apostoli. A partire da questa fede dobbiamo poi sviluppare il concetto e la spiritualità di comunione. “Comunione dei santi” e piena comunione non significano astratta uniformità, ma ricchezza di legittima diversità di doni condivisi e riconosciuti da tutti, secondo il noto adagio «in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas».
Spiritualità di comunione significa, inoltre, capacità di sentire il fratello cristiano, nell’unità profonda che nasce dal battesimo, «come “uno che mi appartiene”, per saper condividere … e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia» (Nmi 43).
Spiritualità di comunione «è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come un dono di Dio: un “dono per me” oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità di comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6, 2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (ibid., n. 43). In sintesi, dunque, spiritualità di comunione significa condividere insieme il cammino verso l’unità nell’integra professione di fede, nei sacramenti e nel ministero ecclesiastico (cf LG 14; UR 2).
Concludendo, vorrei riferirmi in particolare all’ecumenismo spirituale, che è l’anima ed il cuore di tutto il movimento ecumenico (...) Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione e purificazione della memoria, senza santità di vita in conformità con il Vangelo, e soprattutto senza un’intensa ed assidua preghiera che faccia eco alla preghiera di Gesù. (...) Dobbiamo comportarci come gli apostoli insieme con Maria, la Madre di Dio, dopo l’Ascensione del Signore; essi si sono radunati nel Cenacolo ed hanno pregato per l’effusione dello Spirito (cf At 1, 12-14). Solo Lui, che è lo Spirito di comunione e d’amore, può donarci la piena comunione, che tanto ardentemente desideriamo. “Veni creator Spiritus!”. Amen!
Giovanni Paolo II