Tasselli di un mosaico
a cura di Enrico Pepe
Suscitare, assieme a Chiara Lubich, una schiera di migliaia di sacerdoti che ponessero al centro della loro vita l’unità, e quindi l’amore per Gesù crocifisso e abbandonato, è stata l’opera di d. Silvano. Ne parlano qui, con straordinaria intensità, vescovi e sacerdoti di diverse parti del mondo che non di rado già da seminaristi erano venuti in contatto con d. Silvano. Tra i «tasselli» di questo mosaico mondiale, c’è anche la testimonianza di due responsabili regionali del Movimento dei focolari.
Dalla Germania
Filosofia dell’amore
Don Silvano sta davanti a me come una persona che era sempre al servizio. L’ho incontrato nel novembre 1964 nel primo focolare sacerdotale, vicino a piazza Navona a Roma. Non conoscevo allora l’Ideale dell’unità. Mi ero recato da lui perché cercavo un aiuto per la mia tesi di laurea su san Girolamo. Con mio stupore ad aprirmi la porta è stato Toni Weber, sacerdote svizzero e mio compagno al Collegio Germanico: «Toni, cosa fai qui tu?». «Vivo nel focolare sacerdotale», era la sua risposta. E subito d. Silvano mi veniva incontro a salutarmi a braccia aperte – un uomo e sacerdote semplice, fraterno, aperto, espertissimo di san Girolamo.
Braccia aperte – così ho visto sempre d. Silvano. Non aveva paura, si avvicinava a ciascuno e ciascuna. Era pronto a dare la vita, il suo tempo. Aveva un orecchio instancabile al telefono. Per decenni gli ho telefonato almeno una volta alla settimana ed egli era sempre disponibile, in ascolto, e all’occorrenza anche correggeva. “Dare la vita per l’altro” era diventato la sua natura.
Era un uomo di pensiero e psicologo. Aveva interiorizzato le parole di Chiara Lubich: «Se ami sei, se non ami non sei». Era persuaso che essere persona significa amare, farsi fratello, anzi diventare servo dell’altro. “Amare” era identico con “morire”, “dare la vita”, “perdersi”, “essere niente”. “Essere niente” costituiva in lui quell’atteggiamento positivo che metteva nelle condizioni di poter nuovamente “ricevere”.
Questa filosofia dell’amore che aveva imparato da Chiara Lubich era per lui la chiave di una nuova concezione della maturità umana e quindi di una nuova psicologia. La via a questa maturità era “il farsi uno”: posporre le proprie idee, anzi le proprie necessità a favore dell’altro. Si muoveva così con una radicalità straordinaria. Benché psicologo, era convinto che non è possibile voler cambiare gli altri. Diceva a un viceparroco in difficoltà con il suo parroco “padrone”, che non è possibile affatto cancellare nell’altro un’idea che questo si è fatto. L’unico modo di cambiare una persona – spiegava – è di perdersi in essa, lasciarsi “dominare” fino al limite. Unica eccezione: il peccato.
Tale modo di vivere lo faceva essere sempre lieto, pieno di gaudio. Questa perenne gioia era un suo segreto personale. Qualche volta parlava anche dei suoi dubbi e delle oscurità che provava. Accettava quei momenti con grande umiltà e decisione, lasciandosi cadere nell’abisso di Gesù crocifisso ed abbandonato. Ciò lo metteva nelle condizioni di vivere – come diceva – una “divina commedia”, sempre orientato a Gesù e al fratello. Era questo il suo segreto più grande.
La passione per la Chiesa e per l’Ideale dell’unità erano l’anima di tutta la sua vita. Diceva che nel Centro sacerdotale a Grottaferrata valevano solo due regole: la carità e la libertà. Così nella sua casa regnava un’aria di larghezza e serenità. Silvano era un uomo povero e semplice. Anche per questo è diventato il centro di una grande comunione di beni, tra noi sacerdoti e oltre.
Essere sacerdote significava per lui vivere come Maria che riceveva e donava di continuo quanto aveva ricevuto: Gesù. Questo stile mariano della vita sacerdotale trovava per d. Silvano il suo modello e fondamento nelle relazioni della SS. Trinità. Chi poteva trascorrere con d. Silvano anche soltanto un giorno, toccava quasi immediatamente Dio nei momenti più semplici della vita e della comunità che era come per natura sua ospitale e amichevole. I pranzi e le cene diventavano luoghi di risate, di scambio, di dispute teologiche, filosofiche, psicologiche. Se ne usciva sanati, ricostruiti, pieni di fiducia in Dio.
Grazie, Silvano!
Wilfried Hagemann
Dalla Svizzera
«Non guardo mai a me stesso»
Don Silvano era per noi sacerdoti della Svizzera una provocazione a tutto campo che ci incitava alla gioia e ad una speranza senza confini. Le massime da lui spesso ripetute «Non guardo mai a me stesso» e «Non preoccuparti di niente» sono diventate per noi una vera ancora di salvezza, quasi un “dogma” per la vita secondo l’Ideale dell’unità. Lasciarsi portare alle altezze del suo sorriso radioso e credere nel più profondo dell’anima al suo abbraccio, erano occasioni magnifiche per lasciarci raggiungere dalla verità che “Dio è amore”. L’esperienza con cui Silvano seppe esserci vicino nelle sfide della nostra esistenza di sacerdoti, radicati pienamente nella vita della Chiesa e allo stesso tempo partecipi di un Movimento ecclesiale, divennero per noi un insostituibile aiuto. Silvano era un esperto costruttore d’unità. La sua visione di un presbiterio unito con il vescovo e di sacerdoti che, essendo “nulla per amore”, schiudono alle loro parrocchie la via dell’unità, è l’eredità più profonda che egli ci lascia e che portiamo dentro di noi.
Peter Husi
Dall’ex DDR
Irradiazione nel mondo socialista
Il 13 agosto 1961, quando venne costruito il muro di Berlino, nell’allora DDR erano oltre 100 i sacerdoti e studenti di teologia in contatto col Movimento dei focolari. Tanti di loro erano presenti quando Chiara Lubich, nell’estate del 1960 e del 1961, venne a Berlino-Ovest, e rimasero profondamente toccati dal racconto degli inizi della spiritualità dell’unità. L’allora cardinale di Berlino Döpfner e il vescovo Spülbeck di Dresda-Meißen avevano dato il loro consenso a questi incontri.
Sin da quei tempi si è stabilito un legame fra la vita di d. Silvano e noi sacerdoti nei Paesi socialisti. Nel 1969 egli venne poi a Lipsia, ufficialmente in visita alla famosa Fiera campionaria. Solo in questo modo, infatti, si poteva entrare nella Germania orientale. Seguirono altre tre visite a Lipsia e a Berlino-Est, per sostenerci nella vita di unità. Col tempo si realizzarono anche corsi estivi per sacerdoti alla Huys-burg (vicino a Magdeburg), sostenuti da d. Toni Weber, d. Enrico Pepe e d. Adolfo Raggio, inviati da d. Silvano per l’occasione. Partecipavano a questi incontri pure circa 80 sacerdoti dell’allora Cecoslovacchia, con don Karel Pilik, e della Polonia.
Tutta questa diffusione della spiritualità dell’unità dietro “la cortina di ferro” avveniva in gran segreto. Ne erano informate solo poche persone. Per questo destava grande attenzione quando eccezionalmente qualcuno di noi poteva partecipare agli incontri di sacerdoti a Roma. Come rettore di seminario, nel 1976 assistetti a Roma alla Conferenza dei rettori dei Paesi di lingua tedesca proprio nei giorni in cui i sacerdoti focolarini andarono in udienza da Papa Paolo VI. Fra i tre sacerdoti che potettero salutare personalmente il Papa a nome di tutti c’ero anch’io, assieme a Reinhard Pünder (ora vescovo di Coroatà – Brasile) e Toni Weber come responsabile della Scuola sacerdotale del Movimento.
La gioia di Silvano raggiunse il suo culmine quando nel gennaio 1990, dopo la caduta del muro, i sacerdoti focolarini dei Paesi socialisti potevano per la prima volta partecipare al completo all’incontro annuale a Roma. Sin da quel momento, l’abbraccio di Silvano per ognuno di noi ci fece sentire a casa nell’unità di tutto il Movimento dei focolari sparso nel mondo intero.
Paul Christian
Dalla Spagna
Fama di santità
Silvano fu maestro di unità e di vita sacerdotale per tanti di noi. Lo incontrai per la prima volta nell’estate 1966, in occasione della “Mariapoli sacerdotale” a Rocca di Papa. Vedendomi un po’ sconcertato per la dimensione fortemente comunionale della spiritualità dell’unità, che non privilegia l’intimismo nella vita spirituale, mi disse: «Siamo venuti qui per imparare ad amare; a pregare ci hanno già insegnato nel seminario, vero?».
Benché io non sia stato testimone oculare della sua preghiera personale in privato, la sua presenza era sempre un atteggiamento che trasmetteva il divino.
Quando nell’estate ’66 o ’67 venne in Spagna per le prime Mariapoli ad Ávila e a Natale per i sacerdoti, si aprirono per noi orizzonti inediti nella vita spirituale. Silvano era pronto a compromettersi non solo a parole, ma anche con i servizi più semplici. La sua accoglienza era molto vicina e fraterna con immenso rispetto per la persona dell’altro. Aperto all’universale, egli dialogava con tutte le culture, con un amore concreto per tutti e tutto. Viveva “a mo’ della Trinità”, senza dualismi tradizionali.
Le sue parole erano in sintonia perfetta con la vita. Il suo parlare, sentire, stare o ascoltare erano mirabili. Una vita che sintetizzava in sé teologia mistica e spirituale. Una persona carismatica senz’altro. Io ammiravo in lui la fortezza della fede che persuade. Niente era per lui estraneo, inutile. Anche nelle situazioni più conflittuali sapeva individuare una soluzione luminosa. Era un uomo equilibrato. Al modo di san Vincenzo de’ Paoli, irradiava una gioia serena e costante in qualsiasi circostanza. Credeva fermamente nell’Amore di Dio. Investiva la sua energia sempre nel proporre e sottolineare il Vangelo. Così era il suo sacerdozio: con un tocco “laico”, mariano. Come Gesù nel Vangelo: vicino a tutti, parlando sempre in positivo. Di continuo l’ho trovato pronto nella carità.
Le conversazioni tenute da lui nei primi anni della Scuola sacerdotale erano molto attese, chiare e ben accolte. Egli sapeva spiegare il carisma dell’unità con totale fedeltà al pensiero di Chiara; erano parole chiaroveggenti, interessanti, lucide, svolte in maniera tale da poterle vivere subito.
Sua radice era l’amore a Gesù abbandonato. Il sacerdote – egli ci diceva – è un uomo al servizio, come Gesù che lava i piedi, come Gesù in croce. La prepotenza e il potere sono un clericalismo deforme. Ci esortava perciò a metterci sempre a disposizione del prossimo, ad essere gli ultimi, identificati con il Cristo crocifisso. Sono famose le sue affermazioni sul “saper perdere” per amare sempre e fare sempre e solo la volontà di Dio. Questo concetto della vita cristiana ha avuto tra noi una profonda ripercussione.
Silvano è stato un vero confondatore con Chiara nello sviluppo del ramo sacerdotale del Movimento dei focolari. Un vero leader, ma sempre al nostro servizio, vicino a noi anche nelle nostre debolezze, quando facevamo fatica nel cammino dell’Ideale dell’unità. Tutti ci sentiamo identificati col suo pensiero, con la sua dottrina, con il suo sacerdozio e il suo modo di viverlo. Tutti avremmo desiderato raggiungere la sua maturità.
José Varas
Dalla Germania
Il cuore largo di Silvano
Dal 1977 al 1982 mi trovavo a Roma per gli studi ed ero allo stesso tempo responsabile del gruppo di seminaristi che aderivano al Movimento dei focolari, i gens. Era alle porte il grande Congresso del 30 aprile 1982 che avrebbe riunito nell’Aula Paolo VI in Vaticano 7000 sacerdoti, religiosi e seminaristi. Don Silvano fu del parere che noi “romani” dovessimo approfittare di questa chance. Occorreva mettere in campo un lavoro di sensibilizzazione e una strategia di promozione.
Col suo fare paterno, Silvano mi fece coraggio. Assieme a Lazzaro You, ora vescovo in Corea e allora giovane sacerdote, nei mesi prima del congresso visitammo numerosi seminari, rettori e studenti. Questo ed altri impegni a favore dei Collegi Romani fecero sì che conoscessi la Roma storica soltanto dopo i miei studi, quando vi tornai assieme a un gruppo della mia parrocchia.
Il contatto vivo con i vari Collegi ci ha enormemente dilatato gli orizzonti. Occorreva avere la fede del “cuore largo di Silvano”. Egli ci aveva spiegato che, per maggiore equità, sarebbe bene che i “romani” pagassero una quota di partecipazione più alta rispetto a quanti venivano da lontano. «Ce la farete…», ci disse.
Dopo varie settimane ci presentammo da lui con una lista di 400 sacerdoti e seminaristi che si erano prenotati per il Congresso. In una busta di plastica piena zeppa di banconote (le vecchie lire), consegnammo a lui la quota di partecipazione. Silvano ascoltò il nostro racconto e, senza contarli, versò i soldi in un cassetto della sua scrivania dove ce n’erano già molti altri. Prese quindi una manciata di quei soldi e ce la restituì. «Trattatevi bene, andate a fare un buon pranzo. Lo meritate!». E fece una cordiale risata.
Io ne rimasi malissimo. Pensando a quante ore di colloqui e di lavoro erano dietro ciascuna di quelle banconote, sul momento non riuscii proprio a comprendere questo gesto di d. Silvano. Dovette trascorrere un po’ di tempo perché riuscissi a capire e ad accogliere questo atto. Non ricordo più che cosa facemmo di quei soldi. Ma mi è rimasto impresso questo attimo di incontro fra la sua magnanimità e la mia ristrettezza di vedute.
Wolfgang Schneck
Dal Portogallo
Dio al primo posto
Ho conosciuto d. Silvano poco dopo che Chiara Lubich, nella Pasqua del 1968, aveva dato vita al Movimento gens (generazione nuova sacerdotale), quando sono venuto per la prima volta a Rocca di Papa per un incontro di sacerdoti e seminaristi. Ho potuto cogliere l’occasione di quel viaggio per fermarmi per alcune settimane alla nascente Scuola sacerdotale assieme a seminaristi di parecchi Paesi del mondo.
Eravamo nell’immediato post-Concilio. Avendo lasciato nell’estate del 1966 gli studi all’università, per entrare in seminario, mi ero imbattuto in una Chiesa in cui dilagava una forte crisi dell’identità sacerdotale e, soprattutto, riguardo al celibato ecclesiastico.
Non mancava chi criticava la mia scelta proprio per questo. L’aver preso contatto col Movimento dei focolari e aver vissuto per due anni la spiritualità dell’unità, mi avevano permesso di maturare nella vocazione e di discernere la volontà di Dio su di me. Nel quotidiano, però, mi mancavano modelli che mi dessero una valida e convinta testimonianza dell’esperienza del ministero presbiterale e mi permettessero di affrontare in modo evangelico quella crisi.
Alcuni testi di d. Silvano, pubblicati sulla nascente rivista gen’s o altri suoi scritti che mi arrivavano via posta, mi avevano riempito il cuore e la mente di luce, ma fu l’incontro con lui faccia a faccia e la convivenza con lui e con i sacerdoti e seminaristi presenti alla Scuola sacerdotale a farmi scoprire la figura del presbitero come uomo per gli altri perché uomo di Dio, tutto lanciato nel servizio del Regno.
Faccio ancora fatica a distinguere quale tratto emergeva per primo in lui, se l’uomo totalmente fratello che ti prendeva “dentro” con un cuore pieno di bontà e di trasparenza, o se il prete tutto donato a Dio che, a sua volta, ti donava Dio sia quando ti parlava di Lui, sia quando ti raccontava la propria esperienza spirituale e soprattutto quando ti descriveva l’incontro folgorante con l’Ideale di Chiara Lubich all’inizio degli anni ’50.
Di quei primi mesi vissuti insieme, due cose mi sono rimaste impresse per tutta la vita. La prima: «Dio al primo posto!». Soprattutto prima e al di sopra del sacerdozio: fare la scelta di Dio anziché del sacerdozio. Ciò significava un cambiamento radicale e un andare controcorrente, anche se, a dire il vero, all’origine della cosiddetta crisi d’identità sacerdotale poteva esserci proprio il non aver osservato questa priorità della scelta di Dio. Visto così, il celibato sacerdotale si presentava come un modo concreto e radicale di donazione di sé a Dio e precedeva il dono del ministero presbiterale, che dopo si concretizzava nella “lavanda dei piedi” anziché nel ricevere un potere sacerdotale.
La seconda, l’incontro vivo con l’unico modello e tipo di qualsiasi ministro: Gesù crocifisso e abbandonato, del quale la vita di don Silvano era un’eloquente e forte testimonianza. Gesù crocifisso, abbandonato da Dio, era per lui l’Uomo. Colui che permetteva a noi di diventare figli di Dio e perciò, come Lui, veri uomini. Fu la libertà raggiunta nell’amore per Gesù abbandonato a farmi dire di sì al ministero e a farmi tenere tuttora fede a quell’impegno con la libertà di chi vuole solo Dio e la sua volontà.
Silvestre Ourives Marques
Dal Messico
Silvano, sacerdote mariano
Non è facile parlare di una persona tanto speciale come d. Silvano; figura poliedrica che a pochi mesi dalla sua partenza per il Cielo si ingigantisce a vista d’occhio.
I miei primi contatti con Silvano risalgono a quando, entrato da poco in focolare, cominciai a leggere i suoi libri e articoli. Ma una più profonda conoscenza di lui la feci a partire dal 1992, quando iniziai a venire a Roma, dapprima dal Cile e poi dal Messico, per partecipare agli incontri annuali dei responsabili del Movimento. Il suo saluto, pervaso da singolare calore a testimonianza di un’affettività ricca, umanamente piena e per questo squisitamente soprannaturale, mi faceva sentire a casa, cosa per me assai importante in quei primi anni in cui avvertivo il naturale imbarazzo di chi è “nuovo”.
Le nostre prime conversazioni ebbero luogo in occasione dei colloqui sulla parte sacerdotale del Movimento nei Paesi di cui ero incaricato. Là ricevetti una lezione che non dimenticherò mai. Quando si parlava di qualche sacerdote in difficoltà, Silvano ci invitava a guardare al disegno di Dio su quella persona e non all’efficienza del suo lavoro nel Movimento. In quei colloqui egli si rivelò esperto dell’“anima sacerdotale”. Esperto non tanto da un punto di vista teorico – che egli non disdegnava e del quale all’occorrenza sapeva tener conto magistralmente – ma a partire dalla vita. Ricordo che, come frutto di uno di questi colloqui, tornai nel mio Paese con il cuore e la mente trasformati, con l’intenzione di ricominciare da zero nel mio rapporto con i sacerdoti del Movimento. Senza che dicessi nulla, quello sguardo diverso suscitò in alcuni il desiderio di impegnarsi più profondamente e ne venne fuori una vera rinascita. Silvano mi aiutò ad amarli rispettando la loro vera dignità. La sua, più che misericordia, era fedeltà all’altro, incondizionata, profondamente evangelica, la stessa che Dio Padre usa nei nostri confronti. Questa fedeltà rende fedele chi hai a fianco perché riscatta il suo vero essere.
Con Silvano ho avuto alcune conversazioni sulla situazione della Chiesa nel mondo di oggi. A questo proposito, mi impressionava la libertà del suo pensiero, assieme alla sua rigorosa ecclesialità. Tale equilibrio non facile nasceva, a mio avviso, dalla sua unione con Dio e dalla sua passione per il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato che egli traduceva esistenzialmente in vita e che rappresentava la lente attraverso la quale guardava le vicende della Chiesa e dell’umanità.
Per me d. Silvano è un modello di spiritualità trinitaria. Un appassionato della diversità che rende ricca l’unità.
Il mio ultimo incontro con lui avenne nell’ottobre 2006 al Centro sacerdotale a Grottaferrata. Ci ricevette in un salotto a fianco alla sala di pranzo e ci parlò dell’ultimo suo scritto: un articolo sul profilo mariano della Chiesa e alcune figure insigni che lo avevano attualizzato lungo la storia. Ora, a distanza di mesi, mi rendo conto che il profilo mariano era il cuore della sua vita come sacerdote. Non a caso egli ha schiuso ai sacerdoti diocesani questo sacerdozio “mariano” così come è andato approfondendosi nell’Opera di Maria: un cammino ancora da scoprire, di insospettate potenzialità, che la Chiesa saprà sempre più cogliere nella sua vera portata.
Jesús Morán
Dall’Uruguay
«Bistecche, e molte!»
Non è stato facile arrivare nell’ottobre scorso a Roma, per l’annuale incontro dei responsabili del Movimento dei focolari, e non trovare d. Silvano. Era sempre uno dei primi a salutarmi, accogliendomi con la sua caratteristica risata. «Come stai? Raccontami: hai bisogno di qualcosa?». Ed il suo aiuto non si faceva attendere. Aveva sempre da dare, anche quando a primo acchito pareva che non ce ne fosse.
Quando si trattava di amare, sembrava che d. Silvano perdesse il senso delle misure. Ricordo che una volta invitò a un ristorante i e le responsabili del Movimento nel Cono Sud dell’America: una quindicina di persone. Quando venne il proprietario del locale (ormai suo vecchio amico, come chiunque lo avvicinasse) e chiese che cosa desideravamo mangiare, d. Silvano rispose per tutti: «Carne! Ma carne, carne! Mica pollo, pesce, o quelle cose così… carne di mucca!». Conosceva bene i nostri gusti e soffriva per noi, pensando che durante un mese in Italia sentissimo la mancanza della nostra ottima carne bovina. E allora: carne per tutti! Il proprietario, un po’ perplesso chiese timidamente: «Che tipo, e quanta…?». E d. Silvano: «Bistecche, e molte!!!». Conclusione: arrivò una montagna di bistecche che nemmeno noi, abituati com’eravamo, riuscimmo a finire. Con tutta semplicità egli chiese di impacchettarle perché le portassimo a casa. Era così: amava senza misura.
Ricordo, poi, una situazione complessa e delicata in cui mi sono trovato involontariamente. Sia che mi fossi mosso in un senso o nell’altro, ci sarebbero state numerose persone che ne sarebbero rimaste male. Non sapevo proprio come agire ed avvertivo un senso di colpa per non essermi spiegato opportunamente. Cercai d. Silvano e gli chiesi di confessarmi. Egli mi invitò lì per lì a sederci, in mezzo alla folla che riempiva quella grande sala, e si rivolse a me frontalmente come sempre: «Allora, dimmi!». Appena incominciai a raccontargli scoppiò con la sua solita risata. E non c’era modo di fermarlo. «Ma ascoltami – gli dicevo – che si tratta di una cosa seria». E lui continuava a ridere…
Ad un certo punto si fermò e mi disse: «Sai, a me di queste cose ne capitano diciassette al giorno… se dovessi dargli retta…». E giù a ridere! «Sta tranquillo, segui Gesù dentro, lui non ti farà sbagliare», mi disse. Al di là della decisione ormai presa, mi invase una pace grandissima. Lui mi portò su un altro piano, dove tutti i miei pensieri e tormenti erano diventati minuscoli. E con quella libertà riuscii ad affrontare ogni cosa in modo che nessuno ne restasse male.
L’anno scorso seppi che non era stato bene. Appena arrivato per il consueto incontro di ottobre, andai a trovarlo. Mi accolse a casa sua, nella saletta dove faceva i colloqui. Conclusi i calorosi saluti, mi disse: «Allora, dimmi…». Pensava che andassi da lui per un colloquio, invece io volevo vedere di persona come stava. Quando glielo dissi scoppiò ancora a ridere: «Non mi vedi? Sto benissimo!». Avevo saputo che non vedeva bene, allora presi un libro e gli chiesi di leggermi alcune righe. Ma lui, ridendo e scherzando, eluse la mia richiesta. Non riuscii a farlo leggere. E lui continuò a dirmi che stava benissimo. È stato l’ultimo “colloquio” avuto con lui su questa terra.
Gustavo Clariá
Da Hong Kong
Dio come Ideale1
Ormai sono oltre 30 anni da quando insegno. Qualcosa ho dato, ma tanto ho ricevuto. In questi giorni mi sono tornati alla mente soprattutto alcuni maestri che hanno capovolto la mia vita. (…)
All’inizio del 2° anno di seminario (a Roma, alla fine degli anni ’60; n.d.r.), la mia vita subì una scossa, una grande angoscia: non sarei mai riuscito a diventare sacerdote! Avevo visto abbandonare il ministero alcuni membri del clero di cui avevo grande stima.
Il padre spirituale mi diceva che erano tentazioni e mi consigliava di pregare molto.
Quanto a me avevo il rimorso di non essere saldo nella scelta della mia vocazione e pensavo che sarebbe stata una vergogna tornare un giorno a casa.
Non trovando nessuna risposta, avevo deciso che, se la situazione non cambiava, nell’estate di quello stesso anno avrei lasciato per sempre il seminario. Pensavo addirittura di aprire a Roma un ristorante cinese.
Per questo motivo, durante le vacanze di Pasqua, non sono andato a prestare servizio in una parrocchia come facevano gli altri, ma mi sono rinchiuso in seminario.
In coincidenza un mio amico si era iscritto ad un corso di tre giorni per seminaristi, promosso dal Movimento dei focolari. Siccome inaspettatamente arrivarono dei suoi parenti, mi chiese se volevo andare io al suo posto.
Triste e sentendomi tanto solo, accettai, per fare un po’ di vacanza.
Nel pomeriggio del giorno di Pasqua giunsi alla sede della “Mariapoli”, in periferia di Roma. Trovai 40 seminaristi provenienti da diverse parti del mondo.
Dopo cena ci radunammo per la prima volta. Entrò un sacerdote, non molto alto, dall’apparenza non particolarmente distinta ma con un bel sorriso, e cominciò a parlarci. Con stupore, sentii dire: «Essere sacerdote non ha alcun significato!».
Rimasi scioccato, convinto di aver sbagliato indirizzo. Ero arrabbiato. La mia sofferenza in quel periodo era appunto quella di non poter diventare sacerdote, unico sogno e scopo della mia vita.
Mentre cresceva la rabbia, sentii di nuovo: «Essere sacerdote non vale niente…». E proseguì: «… se non scegliamo Dio come nostro ideale e lo mettiamo al primo posto nella nostra vita».
Sembrò una bastonata sulla fronte2. Di colpo compresi: ero attaccato a “diventare sacerdote”, come se questo fosse lo scopo e l’ideale esclusivo della mia vita, anziché scegliere Dio: avevo investito tutto me stesso sul sacerdozio ma non su Dio!
Del contenuto dei tre giorni di ritiro ora non ricordo più nulla. Ma le parole di quel “d. Silvano”, come lo chiamarono, hanno non soltanto salvato la mia vita, ma mi hanno pure dato la forza di rimaner fedele alla mia scelta. È vero: è solo a Dio che devo la vita, tutto il resto passerà, ma Dio rimane per sempre, solo l’amore è eterno2.
Negli anni seguenti, ho mantenuto il contatto con d. Silvano. Dopo quella Pasqua, sono ritornato al seminario con tanta pace e serenità. E vi sono rimasto, senza essere più preoccupato di riuscire a diventare sacerdote o no, perché ormai ero convinto di seguire Dio, non il sacerdozio.
C. T. Kwan
1) Contributo tratto dal volume C. T. Kwan, Illusione del Mondo, Illuminazione dal Mondo, Hong Kong 2006, pp. 37-39. Nostra traduzione dal cinese.
2) Una bastonata sulla fronte, spesso accompagnata da un urlo, è il metodo che i maestri tradizionali dello Zen adoperano per svegliare i discepoli, scacciare i pensieri inutili e aprire la loro mente allo spirito puro delle cose e della realtà. Oggi è un famoso proverbio che significa un’illuminazione istantanea dopo aver ricevuto un colpo duro e inaspettato.
Dall’Irlanda
Antidoto al clericalismo
Quando Tom Norris, sacerdote e teologo membro del nostro focolare sacerdotale, qualche anno fa stava per partire per una visita in India, Silvano gli ha detto alcune parole che sono come una sintesi della sua vita: «Vai per amare: così vivi Dio!». Con il suo essere e con le sue parole, Silvano ci ha impresso effettivamente che non si può rendere visibile il Dio invisibile se non nell’amore concreto per il fratello che si vede.
È stato un uomo che sapeva instaurare rapporti con tutti. Durante un raduno nel Nord Italia ci siamo trovati un giorno in un bar in cui c’era anche un gruppo di giovani dai capelli lunghi e vestiti in modo assai trasandato; un gruppo da cui stare alla larga, si direbbe. Silvano, invece, si è diretto subito verso di loro ed è riuscito a stabilire con loro un bel dialogo. Di questa capacità abbiamo avuto prova anche in Irlanda quando ci ha fatto visita per ben due volte. Con semplicità ed immediatezza ha saputo creare rapporti con persone di tutti i tipi, senza sapere una parola d’inglese.
Silvano è stato per noi un antidoto perfetto al clericalismo. Ha impersonato il carisma dell’unità per noi come sacerdoti diocesani. Quando parlava del sacerdozio e della vita dei “consigli evangelici”, si sentiva un'unzione che ti faceva vibrare, quasi avesse un carisma speciale per mettere in rilievo il fascino del sacerdozio vissuto nella libertà dell’“uomo nuovo”, maturo e pienamente realizzato, colmo d’amore.
Ci ha incoraggiati e aiutati sempre. Quando uno di noi, dopo essersi allontanato per qualche tempo dal Movimento, ha ripreso i contatti, Silvano lo ha accolto facendolo sentire subito nuovamente “a casa”. Ha affermato giustamente Vincent Lockhart, sacerdote scozzese: “Quando facevi un colloquio con Silvano, non ha mai sottovalutato le tue difficoltà”. Allo stesso tempo, aveva una grande capacità di scoprire, nel contesto del mondo contemporaneo, il positivo, là dove altri non vedono che il negativo. Ascoltava profondamente, invece di affrettarsi a suggerirti soluzioni, ti faceva unità e così spesso risolveva le tue difficoltà perché, consumandole in sé, ti portava con sé nella luce.
La sua semplicità sconvolgeva chi voleva complicarsi la vita, sprigionando libertà e gioia, dandoti la sensazione di essere amato con un amore incondizionato. Il suo intelligentibus pauca è stato realtà tangibile: immedesimato con la Parola di Dio, il suo parlare ti dava Dio e ti convertiva. Lo si sperimentava già nelle poche parole che diceva all'inizio di ogni nostro congresso di sacerdoti. In breve, irradiava l’amore dell’Abbandonato che egli viveva in sé in modo tale da diventare fonte di sapienza, amico di tutti, vero uomo del dialogo, profeta del sacerdozio “mariano” per il terzo millennio.
a cura di Brendan Leahy
Dall’Italia
D. Silvano e le parrocchie
Conoscevo già d. Silvano come sacerdote della mia diocesi, ma l’incontro con lui che segnò la mia vita avvenne nel luglio 1963 ad Ala di Stura (Torino) in una Mariapoli in cui era presente anche Chiara Lubich. Fu per me un’esperienza decisiva.
Rividi d. Silvano nel 1964 a Rocca di Papa in un incontro di sacerdoti e religiosi. Ormai lui aveva ottenuto il consenso del vescovo di Torino per trasferirsi al Centro del Movimento dei focolari.
Mai però potrò dimenticare le giornate del 2-4 giugno 1967 quando d. Silvano per incarico di Chiara tenne il primo congresso del nascente “Movimento parrocchiale”. Quell’incontro segnò una svolta decisiva anche per la mia parrocchia di Vallo. Vi partecipammo in 44 e di lì iniziò un cammino nuovo di comunità che, ringraziando Dio, continua ancor oggi dopo quarant’anni. D. Silvano, in quella e in successive occasioni seppe rivitalizzare tanti nostri gruppi parrocchiali con la luce di “Gesù in mezzo” e l’amore a “Gesù abbandonato”, infondendo nelle nostre comunità il sapore delle prime comunità cristiane. Una rivoluzione evangelica che colpì la nostra piccola parrocchia di 750 abitanti suscitando ben presto una grande irradiazione che attirò numerose persone, anche dall’estero, che accorrevano per conoscere questa parrocchia “nuova”.
In quegli anni molti erano i gruppi che vennero a Vallo per un’esperienza comunitaria. Una domenica giunsero tra noi 1.200 persone. Finché l’allora nostro arcivescovo, il card. Michele Pellegrino, mi disse: «Non puoi trasformare sempre la chiesa in un salone per accogliere le centinaia di persone che da ogni parte d’Italia vengono a farvi visita. Occorre provvedere!». Dovemmo così pensare alla costruzione del Centro parrocchiale. D. Silvano incoraggiò e concretamente sostenne questa nuova opera.
Ricordare d. Silvano per me significa: riscoprire la “passione per la Chiesa”1 con cui ha preso le prime mosse il “Movimento Parrocchiale”; ritrovare le originarie linee essenziali di una pastorale dell’unità con cui sacerdoti e laici hanno animato la vita ecclesiale; porsi in ascolto della sua anima-Chiesa che faceva intravedere nella spiritualità dell’unità presupposti e percorsi per realizzare le novità del Concilio Vaticano II.
Come non ringraziare il Signore per un uomo così, un apostolo dell’Ideale dell’unità di questa statura, maestro e amico che, libero da ogni clericalismo, ci ha orientati a vivere – come si era augurato il Concilio – da «fratelli in mezzo ai fratelli» (cf PO 3 e 9) per condurre tutti a Cristo? (cf 1Cor 9, 19). D. Silvano ci ha aiutato a credere che «la speranza non delude» (Rm 5, 5). Impegnati a rendere manifesta la presenza viva di «Gesù in mezzo», non siamo stati delusi, né noi né speriamo le circa 150.000 persone che in questi 40 anni sono passate nella nostra piccola parrocchia presso il Centro parrocchiale ora intitolato alla serva di Dio Maria Orsola Bussone.
Fu proprio d. Silvano il primo biografo di Maria Orsola, giovane di Vallo che a 16 anni è partita per l’altra vita a causa di un incidente. È quindi anche grazie a lui che oggi molti vengono a Vallo per rendersi conto dell’esperienza di Maria Orsola. Per anni questa biografia, tradotta in varie lingue, anche clandestinamente nell’Est europeo, fu una delle maggiori opportunità per conoscere e far conoscere la serva di Dio e attraverso di lei portare a conoscenza di molti l’Ideale dell’unità che ha plasmato mente e cuore di Maria Orsola.
Ben sappiamo che senza l’Ideale dell’unità proposto da Chiara Lubich, lei – ma così si può dire anche di d. Silvano – mai sarebbe stata quella che è. Infatti, il suo cammino di santità è fiorito nel giardino della spiritualità dell’unità che d. Silvano ha ben coltivato sia in lei che anche in molti di noi.
Custodisco preziosamente alcuni regali fattimi da lui. Ricordo in particolare la registrazione audio del discorso di Paolo VI alla parrocchia di Casalbertone (Roma) affinché potessi farla ascoltare il giorno del mio ingresso nella parrocchia di Vallo dalla viva voce di Papa Montini: «La parrocchia: quale compito sublime, quale impegno per tutti, quale responsabilità, ma anche quale pienezza e splendore di vita cristiana: generare Cristo presente in mezzo a noi». Oppure alcuni messaggi e lettere scritte da Chiara Lubich al Movimento parrocchiale o a noi sacerdoti. Tra queste quella in cui lei, a pochi mesi dalla morte di Maria Orsola, la nomina «naturale protettrice del Movimento parrocchiale».
L’incontro con l’Ideale di Chiara ha letteralmente capovolto la vita di d. Silvano. Il carisma dell’unità divenne la sua ragion d’essere ed il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Ha veramente rivoluzionato la teologia con la vita, rendendola viva e luminosa. Sono migliaia i sacerdoti nel mondo che da lui hanno attinto quella sapienza che scaturiva dalla sua immedesimazione a Gesù abbandonato e dalla luce di Gesù in mezzo.
Certo nella sua vita non mancarono difficoltà. A volte ce ne confidò alcune, ma non drammatizzava mai. Il suo sorriso accogliente manifestava quanto sia stato uno strumento prescelto da Dio per essere un vero apostolo del Risorto tra noi che attraverso lo Spirito muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui.
Vincenzo Chiarle
01) Della “passione per la Chiesa” aveva parlato PaoloVI nel suo saluto ai sacerdoti e religiosi aderenti al Movimento dei focolari durante l’udienza generale del 13 luglio 1966. Vi disse fra l’altro: “Abbiate per la Chiesa quello che si chiama la passione, l’amore ardente, la fedeltà senza limiti. (...) Applicate questo spirito [dell’unità] rispetto ai quadri che la Chiesa vi offre: le vostre diocesi, le vostre famiglie religiose”. Il 10 agosto dello stesso anno, Chiara Lubich, in un discorso alla nascente cittadella di Loppiano, invita con parole vibranti i membri di tutto il Movimento ad avere quella “passione per la Chiesa” che da sempre aveva guidato la sua vita.
Dal Brasile
Ritratto di Silvano
Profilo mariano.
Cuore trinitario.
Volto colorato di purezza nuova,
cammino sigillato di eternità.
Lavanda dei piedi.
Anima-lavoro.
Mani pulite di gioia materna,
fedeltà infinita di ogni momento.
Segno di Maria.
Lui tutto in Lei.
Paradiso del “servo”,
figlio amato immerso nell’Amore.
Per l'unità. Per sempre.
Ricardo Pinto
(dal Brasile)