La
«Redemptoris Missio»: un orientamento per la lettura
di
Marcello Zago omi
Sulla
recente enciclica di Giovanni Paolo II dedicata al tema della missione, un sintetico
commento di padre Marcello Zago, superiore generale dei Missionari Oblati di
Maria Immacolata che, assieme al card. Josef Tomko, ha presentato alla stampa
il documento.
In questo
momento così difficile, l’invito
del Papa perché la Chiesa intera si rinnovi nell’impegno per realizzare il
mandato del Signore suona molto diverso da tante propagande. Le comunità
cattoliche sono chiamate al loro dovere di testimoniare e annunciare il Cristo
nella carità fattiva ed effettiva verso tutti, nel rispetto delle persone e
delle culture, nella promozione della libertà da parte degli individui e dei
popoli. Questi atteggiamenti, fondamenti della pace, sono connaturali a tutto
il messaggio cristiano che è la rivelazione dell’amore di Dio per noi. L’annuncio
del vangelo non può essere aggressivo, perché è per sua natura liberatorio.
Come Cristo, la Chiesa missionaria non condanna nessuno a morte, ma si lascia
mettere in croce, come espressione culmine dell’amore e della salvezza. Gli
esempi di missionari testimoni di Cristo fino al martirio, sono notizie
continue anche in tempi recenti.
L’enciclica
non è semplicemente un gesto celebrativo del XXV del decreto missionario del
Concilio Vaticano II, come è ricordato nell’introduzione e nella data finale,
ma è un vero grido del Papa, che invita tutta la Chiesa a riconsiderare lo
specifico impegno missionario e ad impegnarsi per l’evangelizzazione del mondo
non cristiano. Giovanni Paolo II invita gli uomini ad aprirsi a Cristo e chiede
alla Chiesa il coraggio di testimoniarlo e proporlo. Questo infatti è il primo
dovere assegnato da Cristo alla sua comunità, è il primo servizio offerto per
la crescita integrale dell’umanità, è il modo più sicuro per il rinnovamento
della vita cristiana superando le tensioni interne, è un’esigenza di
condivisione dei doni divini ricevuti, ma è anche un diritto di scelta da parte
dei singoli e dei popoli.
Nella
Redemptoris Missio si ritrovano le grandi linee dell’insegnamento e
dell’attività pastorale di Giovanni Paolo II. Già il titolo richiama la sua
prima enciclica programmatica (Redemptor hominis). Del resto le sue otto
encicliche precedenti ritrovano un riscontro puntuale. Quelle trinitarie (Redemptor
hominis, Dives in misericordia, Dominum et vivificantem),
anzi, costituiscono il punto di partenza dei tre primi capitoli, che sono di
natura teologica e che rispondono alle grandi tematiche attuali delle
motivazioni missionarie (cap. I), del regno di Dio in rapporto a Cristo, alla
Chiesa e quindi all’attività missionaria (cap. II), della presenza attiva dello
Spirito nella Chiesa e nel mondo (cap. III).
L’enciclica
è radicata nella visione del Vaticano II, non solamente per le basi teologiche
e per le aperture pastorali, ma per l’ottimismo che la domina. Dopo venticinque
anni di cammino travagliato del mondo e della Chiesa, il documento traccia il
punto della situazione nei riguardi della missione. Del Concilio ha la dinamica
e la visione, facendo però un discernimento delle posizioni teoriche e pratiche
nella Chiesa. Ne risulta un «manifesto per la missione», una sintesi
teoretico-operativa per la Chiesa del prossimo millennio.
Le
novità della Redemptoris Missio sono molteplici. La più grande forse è
quella di chiarire il senso e il dovere della missione specifica nei riguardi
dei non cristiani. Al Concilio la Chiesa si è scoperta missionaria per sua
intima natura, nell’attività missionaria ha sperimentato e incontrato tanti
valori positivi. L’enciclica precisa la verità degli impegni della Chiesa,
originati dal suo essere «connaturalmente» missionaria: la cura pastorale di
coloro che si riconoscono cristiani, la nuova evangelizzazione per coloro che
non sono più o non si riconoscono cristiani e membri ecclesiali, l’attività
missionaria verso i gruppi e i popoli che non sono mai stati cristiani. La
missione ad gentes è poi chiarita da tre approcci convergenti: quello
geografico, quello sociale, collegato ai nuovi fenomeni sociali, e quello
culturale del rapporto con i moderni «areopaghi» (cap. IV).
Da
un punto di vista teologico varie sono le novità che hanno anche rilevanza
pastorale: l’approfondimento del concetto di «regno di Dio», del suo rapporto
con Cristo e con la Chiesa e delle vie per la sua promozione (cap. II); il
rapporto tra la possibilità universale della salvezza, la mediazione di Cristo
e il ruolo della Chiesa (cap. I e II); l’azione dello Spirito Santo nella
Chiesa, nelle persone, nella storia e nelle culture (cap. III). Sono chiarite
anche altre questioni scottanti riguardo a diversi settori come: è possibile
introdurre una qualche distinzione o separazione tra il Gesù Cristo e il Verbo
increato o transtorico? In quale rapporto sta la Chiesa con la salvezza offerta
da Cristo a tutti gli uomini?
Anche
se il respiro teologico è consistente, gli aspetti pratici sono importanti e
innovativi. In linea generale si può dire che la Redemptoris Missio si
propone di promuovere l’impegno missionario ad gentes, armonizzando le
diverse attività invece di escluderle, dando priorità all’annuncio, verso il
quale tutto tende. L’attività missionaria si realizza in un clima di rispetto e
di dialogo. Il dialogo, talvolta, è la sola espressione possibile e sufficiente
di una presenza missionaria. La promozione umana, l’impegno per la pace e la
giustizia, l’inculturazione sono parti integranti della missione, ma per natura
propria tendono all’annuncio della Buona Novella; questo annuncio costituisce
il cuore, il centro dinamico e l’apice di tutte le attività missionarie (cap.
V).
Il
rapporto tra il dovere missionario di tutta la Chiesa e di ogni chiesa locale e
i «carismatici della missione» è un’altra novità dell’enciclica. Non c’è
missione senza missionari, e d’altra parte non ci sono missionari senza
comunità coinvolte nella cooperazione e nella testimonianza della propria
incorporazione a Cristo (capp. VI e VII). La connessione tra santità e
missione, non solo per i missionari («i santi sono gli autentici missionari»),
ma anche per tutta la Chiesa, è un’altra sottolineatura importantissima.
L’impegno missionario rinnova la Chiesa; e la santità dei cristiani è l’anima
del suo dinamismo missionario (capp. VII e VIII).
L’attenzione
alle giovani Chiese accompagna tutto il documento. L’avvenire della missione
dipenderà in gran parte dal loro impegno missionario nel proprio ambiente e in
tutto il mondo.
L’enciclica
missionaria di Giovanni Paolo II ha rilevanza non solo per tutta la Chiesa, ma
ha interpellanze importanti per la stessa Chiesa che è in Italia, chiamata a
prendere coscienza delle necessità e delle urgenze missionarie e a coordinare e
promuovere le diverse forze di intervento. Lo stesso impegno pastorale interno
alla Chiesa è indicato dall’enciclica che indica tre espressioni dell’unica
missione: la cura pastorale dei cristiani, la nuova evangelizzazione dei
«non-più-cristiani», e la missione verso coloro che non sono mai stati cristiani.
Pur nell’impegno universale della missione, le tre necessità si verificano
anche nel nostro territorio. Essendo poi tutti i cristiani corresponsabili
dell’attività missionaria nel proprio ambiente e nel mondo, l’animazione
missionaria deve essere un elemento cardine di ogni pastorale ecclesiale, e la
promozione delle vocazioni specifiche un dovere.
La
Redemptoris Missio trova corrispondenze e consonanze con gli
orientamenti pastorali della CEI per gli anni ’90. Anche in questi è affermata
la priorità dell’evangelizzazione, la carità è presentata come testimonianza
del vangelo e via all’evangelizzazione stessa: la missione universale, la
cooperazione tra le chiese, le realtà missionarie interne, sono evocate come
parti integranti dell’impegno ecclesiale nel prossimo decennio. La strada è
indicata. L’enciclica del Papa la illumina ulteriormente. Occorre percorrerla!
Marcello Zago omi