Un tema ricorrente dai tanti risvolti pratici

 

 

Donna e Islam

 

di Annamaria Palantoni

 

 

Tra gli interrogativi più comuni che si pone chi è estraneo all'Islam, vi sono anche quelli circa la posizione della donna nel mondo islamico. Per evitare i luoghi comuni ed i «sentito dire», offriamo una breve panoramica, per mettere in rilievo gli elementi positivi che l'Islam ha proposto nei riguardi del mondo preislamico e le prospettive che su questa tematica si vanno sviluppando nel pensiero musulmano di oggi.

 

Sono molti  i  luoghi comuni che riguardano il complesso rapporto tra la donna e l'Islam. In genere si è portati a sostenere che la religione islamica releghi la donna in una posizione secondaria e di assoluta inferiorità rispetto all'uomo. Certamente da una prima lettura del Corano, in modo particolare della Sura IV dedicata alla donna, si rileva la tendenza a considerare la donna inferiore all'uomo.
Inferiorità della donna?

È necessario soffermarsi sul significato che effettivamente si intende dare a questa «inferiorità». Oggi con l'affermarsi del fondamentalismo, ad opera di movimenti integralisti che tendono all'applicazione letterale della legge coranica, l'inferiorità della donna rispetto all'uomo è sempre più ribadita e in alcuni casi accentuata, ma si deve tenere presente che le norme del Corano concernenti le donne possono essere interpretate in senso più ampio.

Bisogna fare anzitutto una premessa di ordine storico. Nel periodo che precede la «rivelazione coranica» e il conseguente espandersi dell'Islam, le particolari esigenze delle tribù nomadi del deserto della Penisola arabica ponevano effettivamente la donna in una situazione di sudditanza e di assoluta inferiorità rispetto all'uomo. La donna poteva essere condivisa con almeno altri dieci uomini, così come un uomo poteva avere diverse mogli, tante quante ne fosse stato in grado di mantenere economicamente.

Una situazione di assoluta instabilità nel rapporto uomo-donna, quindi, determinata essenzialmente dalla necessità del nomadismo e dal continuo stato di allerta per cui gli uomini erano costretti, per difendersi, a continue guerre con altre tribù. È per questo che la nascita di una figlia era considerata un grande disonore oltre che di assoluta inutilità in rapporto alle reali esigenze della vita.

È su un siffatto quadro socio-culturale che l'Islam poggia le sue basi, dando vita alla nuova comunità musulmana il cui sistema giuridico nasce in virtù della fusione tra le antiche tradizioni arabe e i nuovi principi che ne colmano le lacune.

La peculiarità della riforma operata dall'Islam in seguito alla predicazione del Profeta è l'esigenza di dare stabilità al legame famigliare che soppianta così il precedente vincolo tribale. Da ciò consegue una maggiore considerazione della donna che si vede così riconosciuti alcuni diritti fondamentali che nel periodo preislamico le erano preclusi.

L'inferiorità: precetto di Dio?

Il Corano al versetto 34 della IV Sura sancisce la superiorità dell'uomo sulla donna: «Gli uomini hanno sulle donne autorità per la preferenza che il Dio ha concesso al maschio sulla femmina». Si tratta dunque di una superiorità psicologica e fisiologica, in quanto la donna viene considerata fisicamente più fragile e bisognosa di protezione e sostegno. La diseguaglianza è quindi dovuta alla diversità naturale esistente tra i due sessi, mentre è riconosciuta un'equa divisione di ruoli e funzioni: la donna è moglie e madre, l'uomo si preoccupa del sostegno economico della famiglia. In questa ottica uomo e donna vengono così ad essere in una posizione di uguaglianza. Dalla donna però si esige il rispetto per il marito prima ancora che per la famiglia, ed è la sola che può commettere adulterio. In questo caso l'infedeltà può addirittura essere punita ricorrendo alla violenza, così come è esplicitamente sancito nel Testo Sacro: «Temete l'infedeltà di alcune di esse? Ammonitele, relegatele sui loro giacigli in disparte, picchiatele: ma se tornano a miti sentimenti di obbedienza, allora basta, va bene così» (Corano, IV, 34). Si è portati però a credere che una tale severità sia intesa come deterrente al fine di evitare che la donna possa effettivamente disonorare il marito.

Quindi sebbene la donna sia presa in considerazione, non sempre si è di fronte a tentativi finalizzati a migliorarne la condizione. Se c'è stato il riconoscimento di alcuni dei diritti fondamentali spettanti alla donna, questo è senz'altro da attribuirsi alla graduale evoluzione a cui tutto il sistema famigliare è sottoposto nel passaggio dalla tradizione araba-preislamica alla rivelazione coranica.

 

 

 

La poligamia

 

Per ciò che riguarda la poligamia, che in maniera macroscopica sottolinea la condizione della donna nella religione islamica e ne stigmatizza l'inferiorità, il Corano pone un limite alla poligamia illimitata nell'intento di imprimere il carattere di una certa «stabilità» al rapporto uomo-donna espresso nel legame matrimoniale, imponendo un massimo di quattro mogli: «Sposate pure due, tre, quattro donne di cui siete innamorati: ma se temete di diventare ingiusti sposatene una sola» (Corano, IV, 3). Ci sono dei commentatori musulmani che, dal momento che il versetto fa riferimento all'accoglienza degli orfani nella famiglia, escludono che si tratti di libertà sessuale, riferendosi piuttosto ad un problema di giustizia e di rispetto nei riguardi di una moglie che da sola non è in grado di attendere alle faccende domestiche di una famiglia numerosa. Da ciò deriva la possibilità di condividere l'andamento della famiglia con altre donne.

Ciò che si rivela degno di attenzione in questo contesto è l'uso del termine «ingiusto», tradotto sia sul piano economico - come impossibilità di creare condizioni di vita identiche tra le co-spose - che sul piano affettivo determinando discriminazioni e privilegi, non essendo possibile amare tutte le mogli con la stessa intensità, creando situazioni dannose per la vita coniugale e per l'equilibrio della famiglia. La complessità del problema, ma soprattutto esigenze di ordine economico sono alla base delle attuali legislazioni in materia di diritto di famiglia che, come nel caso della Tunisia, vietano la poligamia, mentre in altri Paesi prevedono limiti e condizionamenti alle unioni con più donne. La poligamia è esplicitamente negata in Tunisia qualora l'uomo versi in condizioni di indigenza, proprio al fine di evitare che sorgano famiglie prive di un adeguato sostegno economico.

Fermi restando gli aspetti di alcune legislazioni particolari, bisogna comunque affermare che la religione islamica in alcuni campi riconosce alla donna una certa capacità giuridica: ella, ad esempio, non è più un «bene trasmissibile» facente parte del patrimonio dell'uomo, ed è soggetto del matrimonio, dal momento che può esprimere il suo consenso limitando il potere del «curatore matrimoniale» (figura preposta ad integrare la volontà della donna, ritenuta incapace di consentire alle proprie nozze).

 

 

 

Il «ripudio», diritto esclusivo del marito

 

In materia di scioglimento del vincolo matrimoniale, invece, la tradizione araba preislamica persiste tenacemente, nonostante la palese avversione del Corano e dello stesso Profeta attraverso i suoi «detti», i cosiddetti hadits.

Il ripudio unilaterale da parte del marito rimane l'unica e ancora valida forma di scioglimento del matrimonio. La donna può soltanto ricevere un compenso in denaro. Questa pratica estremamente umiliante per la donna che senza essere interpellata è costretta a rinunciare alla sua famiglia, è stata oggi abolita soltanto in Tunisia. In altri Paesi arabi, e in genere nei Paesi musulmani non arabi, il ripudio persiste ancora, seppure limitato da quanto prescrive il Corano nel tentativo di ridurre l'abuso di tale pratica, il cui unico risultato è l'assoluta instabilità del matrimonio. La legislazione tunisina in proposito, non ha reso indissolubile il matrimonio, ma ha vietato il ripudio introducendo il divorzio come sola possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale, rispondendo così all'esigenza di quanti aspiravano ad una riforma del diritto di famiglia e alle istanze dei movimenti femminili fautori di molteplici rivendicazioni.

 

 

 

La sfida della «modernità»

 

Oggi dunque almeno in alcuni Paesi musulmani la realtà è diversa da quella struttura che caratterizzava la tribù nomade del deserto. Si è di fronte ad un fenomeno di maturazione della società che si manifesta in quasi tutti i campi, dalla famiglia all'economia, frutto dell'influenza dei modelli occidentali e dell'incontro inevitabile con altre culture.

Di questa nuova situazione, per certi versi ancora in evoluzione, ne risente anche la donna. Il suo ruolo di moglie e madre si delinea sempre più in funzione di modelli più moderni: la donna, ad esempio, per far nascere i suoi figli si serve degli ospedali, dove ha diritto ad ogni forma di assistenza in centri di protezione per la madre e il bambino; si occupa dell'educazione dei figli ed è partecipe dell'andamento dell'economia famigliare. Infatti non è più raro ormai trovarsi di fronte a donne che lavorano esclusivamente per sostenere la famiglia, e non per partecipare alla vita economica famigliare, come è tipico di tradizioni, quali quella africana, in cui l'Islam si è «inculturato».

Di questa realtà hanno preso atto anche quegli Stati che ormai si pongono di fronte alle esigenze di mutamento con l'obiettivo primario di salvaguardare il sistema famigliare e di renderlo più consono alle nuove esigenze - fermi restando i punti cardine del rispetto e dell'affetto tra i coniugi - sia nel momento legislativo che in quello della programmazione politica ed economica.

 

Annamaria Palantoni